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IL FIUME TRA DI NOI

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“Non parlavo di me… non so neppure chi sono, se posso vantarmi di avere ancora un’identità. Mi sento come un cane bastardo, un animale ibrido, una pianta su cui sono stati innestati rami di vegetali selvatici. (…) Vedo tanti africani in giro, molti asiatici, giovani venuti chi sa da quale parte del mondo e mi domando se si ritengano ancora africani, asiatici, latinoamericani, o si sentano persone sospese tra la terra e il cielo. Tu mi dici che sono rimasto un persiano, mah… ha ancora un senso sentire di appartenere a una terra, a una patria?”.

Farhad Rahimi, un eminente studioso persiano, professore all'università di Teheran, invitato a tenere conferenze in Italia, decide di non fare ritorno e di trasferirsi in un antico borgo dell'Umbria sciogliendo i legami con il suo paese. L'arrivo della figlia che, pur conservando diffidenze e rancori, si è decisa infine ad accettare il suo invito e andare a trovarlo, lo spingerà a raccontarsi nel corso di una gita al fiume. Confessioni, ricordi e manifestazioni di forte disagio mentale dovrebbero fornire la chiave per comprendere la fuga e il volontario esilio del professore. Ma il narratore che ci riferisce gli accadimenti e interviene nel corso di tutto il romanzo a segnare gli snodi del racconto, narra a sua volta episodi della vita di Farhad mettendo in moto uno straordinario gioco di specchi in un vortice di tempi, di paesaggi e di atmosfere. E proprio in questo sta il fascino del romanzo: uno sguardo doppio che passa dalla Persia all'Italia, dalle rovine dell'antica città circolare di Firuzabad e dei templi zoroastriani ai vicoli del borgo medioevale, dalle distese di papaveri da oppio alle anse del Tevere e al piccolo teatro settecentesco fino a un finale che sfuma in una sorprendente ambiguità.

Ma le vicende di Farhad, sospeso dall'insegnamento per aver appoggiato le agitazioni degli studenti, preso irreparabilmente tra antichi rituali, studi indefessi e depressione, alludono anche alle vicissitudini di un paese diviso tra le sue antiche tradizioni e l'appello della più travolgente modernità, tra l'apparente acquiescenza e gli scoppi di rivolta. E alla fine forse, quello che resta e che più conta, è uno scampolo di abbraccio, in cui trovare riparo.