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CANTO D'AMORE E DI RABBIA

Giusy Sciacca

252 pages

Sicilia, luglio 1922. A Lentini, centro agricolo della provincia siracusana sotto il fiato dell’Etna, avviene un sanguinoso fatto di cronaca, poi sepolto dalla polvere. Tra i protagonisti anche Maria Giudice, fervente sindacalista di origine lombarda e madre della scrittrice Goliarda Sapienza. Alla vigilia della prepotente affermazione fascista, nella cittadina si consuma un’accesa lotta di classe tra la decadente nobiltà latifondista arroccata nel palazzo baronale dei Beneventano della Corte, e i braccianti.

In mezzo, sul confine lacerato di quei due mondi, c’è Amelia Di Stefano, una donna fuori posto. Un proverbio popolare siciliano recita che un uccello in gabbia non canta per amore ma per rabbia. Amelia è una donna in trappola. Catanese di nobili origini, ha pagato duramente un errore commesso da giovane. Ora, tradita dalla famiglia e dagli amici altolocati della Catania dei salotti, si ritrova “in esilio” a Lentini, dove oscilla tra la relazione clandestina che la vincola a Francesco, primogenito del potente Barone Beneventano della Corte, e il carisma della fiamma ideologica di Mariano Fortunato, personalità di spicco del sindacalismo locale. Attorno a lei, il popolino, la putìa di Santina, i dammusi umidi, i colori e le voci del mercato, le corse dei devoti a piedi scalzi, le vanedde strette, la Grotta dei Santi e i suoi miracoli.

A confortarla, saranno l’affetto di Enza, capociurma dall’identità dirompente, il sorriso imperfetto di Tanino, l’amico artigiano, o ancora la presenza di Ciccio ‘U Sciancatu, ultimo tra gli invisibili, che c’è sempre.

I due universi convivono, si intrecciano. E Amelia sempre in mezzo, sempre in bilico. Fino a quando non si imporrà l’imperativo di una scelta. E allora nulla sarà come prima.

Giusy Sciacca, in Canto d’amore e di rabbia ci restituisce una Sicilia arcaica e sanguigna che si lacera sotto le spinte di una modernità scandalosa, impaziente e ribelle che urla, rabbiosa, la propria ansia di cambiamento.